Risotto al nero di seppia: un classico rivisitato per palati esigenti

Risotto al nero di seppia: un classico rivisitato per palati esigenti

Immaginatevi seduti in una piccola osteria veneziana, con il suono delle gondole che scivolano sull’acqua e un profumo intenso di mare che solletica le vostre narici. Ecco, questa è l’essenza del risotto al nero di seppia, un piatto che è molto più di una semplice ricetta: è un’immersione totale nella tradizione culinaria più autentica e audace d’Italia. Con il suo colore nero profondo, quasi misterioso, e un sapore che evoca le profondità marine, questo risotto non è per tutti. È un piatto per chi non ha paura di osare, per chi cerca nell’esperienza gastronomica un’emozione forte e indimenticabile. Un classico che oggi rivisitiamo insieme, passo dopo passo, per trasformare la vostra cucina in un angolo di Venezia e stupire anche i palati più esigenti. Non temete la sua apparenza imponente; con i giusti consigli, vi guiderò per mano nella realizzazione di un capolavoro cremoso e avvolgente, degno di un grande chef. Allacciate il grembiule, l’avventura sta per iniziare.

15 minuti

30 minuti

moyen

€€€

Ingredienti

persone +

Utensili

Preparazione

1. Preparazione del brodo e del soffritto

Per prima cosa, preparate il brodo. Portate a ebollizione 1.5 litri d’acqua e scioglietevi il preparato liofilizzato, mantenendolo caldo a fuoco bassissimo per tutta la durata della preparazione. In una casseruola capiente, possibilmente con il fondo spesso per una diffusione uniforme del calore, versate l’olio d’oliva. Aggiungete lo scalogno disidratato e l’aglio in polvere. Lasciate soffriggere a fuoco dolce per un paio di minuti, mescolando con un cucchiaio di legno. Questo passaggio, chiamato soffritto, è la base aromatica che darà carattere al vostro risotto. Fate attenzione a non bruciare gli aromi, devono solo diventare fragranti e leggermente dorati.

2. La tostatura del riso, un passaggio cruciale

Alzate leggermente la fiamma e versate il riso Carnaroli nella casseruola. Ora inizia una fase fondamentale: la tostatura. Mescolate continuamente il riso per circa due o tre minuti. Dovete sentire i chicchi ‘cantare’, ovvero sfrigolare leggermente a contatto con il fondo caldo. I chicchi diventeranno traslucidi sui bordi, con un piccolo punto bianco al centro, detto ‘la perla’. Questo processo sigilla l’amido all’esterno del chicco, permettendogli di rilasciarlo gradualmente durante la cottura e garantendo che il risotto rimanga al dente.

3. Sfumare con il vino e iniziare la cottura

Versate il vino bianco tutto in una volta. Sentirete un forte sfrigolio e si alzerà una nuvola di vapore alcolico. Mescolate energicamente fino a quando l’odore di alcol non sarà completamente evaporato e il vino sarà stato assorbito dal riso. Questa operazione si chiama sfumare e serve a conferire una piacevole nota acida al piatto. Una volta che il vino è evaporato, abbassate la fiamma e iniziate la cottura vera e propria del risotto.

4. La cottura paziente, mestolo dopo mestolo

Aggiungete un mestolo di brodo caldo al riso, sufficiente a coprirlo appena. Mescolate con delicatezza e costanza. Il segreto di un buon risotto è la pazienza. Aggiungete il mestolo di brodo successivo solo quando il precedente è stato quasi completamente assorbito. Continuate così per circa 15 minuti, mescolando quasi ininterrottamente. Questo movimento aiuta i chicchi a rilasciare il loro amido, creando quella cremosità naturale che tutti amiamo.

5. L’immersione nel nero e l’aggiunta delle seppie

Quando mancano circa 5 minuti alla fine della cottura (il riso dovrebbe essere ancora abbastanza al dente), è il momento della magia. In una piccola ciotola, diluite il nero di seppia con un mestolo di brodo caldo, mescolando bene per evitare grumi. Versate il composto nel risotto e mescolate immediatamente. Vedrete il riso trasformarsi, assumendo il suo caratteristico colore nero inchiostro. Aggiungete anche le seppie scolate e tagliate a pezzetti. Continuate la cottura per gli ultimi minuti, regolando di sale e pepe se necessario.

6. La mantecatura, il gesto finale da maestro

Togliete la casseruola dal fuoco. Questo è fondamentale. Aggiungete il burro freddo a pezzetti e il Parmigiano Reggiano grattugiato. Ora eseguite la mantecatura: mescolate vigorosamente con il cucchiaio di legno o, meglio ancora, fate saltare il risotto nella casseruola con un movimento energico del polso (il famoso ‘salto all’onda’). Questo incorporerà aria e renderà il risotto incredibilmente cremoso e vellutato. Coprite con un coperchio e lasciate riposare per un minuto. Questo piccolo riposo permette ai sapori di amalgamarsi perfettamente.

Alessandro Bellacosa

Il trucco dello chef

Per un tocco di vivacità che contrasta magnificamente con il sapore profondo del nero di seppia, potete aggiungere alla fine, durante la mantecatura, la scorza grattugiata di mezzo limone non trattato. La sua freschezza esalterà il sapore del mare e renderà il piatto ancora più elegante e complesso.

Accordi mets-vins

Un piatto così deciso e dal sapore iodato richiede un vino che sappia tenergli testa senza sovrastarlo. L’abbinamento ideale è con un vino bianco secco, sapido e di buona struttura. Cercate un Vermentino di Gallura dalla Sardegna, con le sue note minerali e agrumate, oppure un Friulano dal Friuli-Venezia Giulia, elegante e leggermente ammandorlato. Anche un Soave Classico dal Veneto, terra d’origine del piatto, può essere una scelta eccellente, capace di pulire il palato con la sua fresca acidità. Servite il vino ben freddo, a circa 10-12°C, per esaltarne al massimo le qualità.

Un tuffo nella storia

Il risotto al nero di seppia è un pilastro della cucina veneta e istriana. La sua origine è umile, legata al mondo dei pescatori che, per non sprecare nulla del prezioso pescato, impararono a utilizzare anche la sacca d’inchiostro della seppia. Quello che nacque come un piatto di recupero, ‘povero’, si è trasformato nel tempo in una prelibatezza ricercata, simbolo di una cucina che sa trasformare la semplicità in eleganza. L’inchiostro non serve solo a colorare, ma conferisce al piatto un sapore unico, salmastro e leggermente metallico, che sa di mare profondo. È la testimonianza di come l’ingegno e la necessità possano dare vita a capolavori gastronomici che attraversano i secoli.

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